SANREMO E OLTRE.
RACCONTARE LA DISABILITÀ
NON È MAI NEUTRO

È culturale. È politico. È rivelatore.

Anche quest’anno l’Italia si è fermata per quella che da qualche tempo viene definita la Settimana Santa. Le questioni politiche ed economiche sono state messe in stand-by a favore delle canzoni, di commenti sugli outfit, pericolose discese dalla scalinata più famosa della TV e non solo. Il Festival di Sanremo pur essendo un evento musicale, si presenta infatti come lo specchio del Paese. È il programma più seguito, un rito collettivo che attraversa generazioni, il luogo dove la musica incontra l’immaginario nazionale. Proprio per questo, il modo in cui Sanremo sceglie di raccontare tematiche sociali come la disabilità non è mai neutro. È culturale. È politico. È rivelatore.

Il problema, da anni, è sempre lo stesso: sembra che durante le varie serate ci sia l’obbligo di trattare tutti i temi sociali in voga al momento (pur non sapendolo fare davvero) rimanendo in superficie, quasi al motto di “Nel bene, o nel male, purché se ne parli”.

Qualcuno potrebbe dire che è giusto così, perché in fondo si tratta di un contest musicale, rivolto ad un pubblico mainstream, non rendendosi conto di quali effetti negativi produce a cascata nella vita reale, una rappresentazione sbagliata.

Ancora una volta, il “momento disabilità” è stato costruito come siparietto emotivo. Non un’artista con disabilità in gara, valutata per il suo brano. Non un’attivista chiamata a parlare di diritti, discriminazioni, accessibilità. Ma un segmento confezionato da persone non disabili che parlano di persone disabili, spesso senza averne reale esperienza. Sul palco della seconda serata si è esibito il coro di persone con disabilità intellettiva e relazionale di ANFFAS La Spezia, in una cornice che puntava tutto sull’emotività, l’ispirazione e il buonismo.

A partire dall’outfit. Le persone del coro indossavano delle magliette con la scritta: “Sono come te” Forse queste t-shirt avrebbero dovuto creare empatia. A me, invece, hanno messo a disagio. Perché quella frase, anziché avvicinare, sottolinea la distanza. No, non sono “come te”. Se lo fossi, probabilmente sarei su quel palco come cantante in gara, non come parentesi inclusiva dentro la scaletta.

Il linguaggio utilizzato poi è stato un altro elemento rivelatore. Adulti chiamati “ragazzi”, anche quando l’età era evidente. “Ragazzi speciali”, “Festival speciale”. Il termine “speciale” sembra positivo, ma in realtà separa. Crea una categoria a parte, una zona protetta e infantilizzata in cui le persone con disabilità restano eternamente giovani, eternamente pure e fuori dalla piena adultità. È una forma di discriminazione sottile, ma potentissima.

E mentre il pubblico a casa si commuove e si sente parte di una bella storia, non viene mai chiamato ad interrogarsi davvero. Non si parla di diritti. Non si parla di discriminazioni. Non si parla di barriere architettoniche o culturali. Non si parla di lavoro.

Io ho studiato canto. Lo insegno. Sono stata una performer di musical. Eppure, moltissime volte, non vengo percepita per quello che sono – un’artista che ha investito tempo, studio, fatica nella propria formazione – ma come “la disabile”. Uso apposta questo aggettivo come sostantivo, perché è esattamente così che funziona: l’identità personale e professionale passa in secondo piano, mentre la disabilità diventa l’elemento centrale, totalizzante, quasi spettacolare.

Questa dinamica ha un nome preciso: inspiration porn, pornografia ispirazionale. È quella narrazione in cui le persone con disabilità vengono trasformate in strumenti motivazionali per chi disabile non è. Si viene messe sul palco per suscitare emozione, per incarnare il messaggio rassicurante del “se ce la fa lei, allora posso farcela anch’io”. Non importa quanto hai studiato, quanto lavori, quanta competenza hai costruito: quello che conta è l’effetto edificante che produci.

Ed è proprio ciò che è accaduto anche quest’anno a Sanremo.

La musica può essere cura, certo. Il teatro può avere un valore terapeutico. Ma non è solo questo. Esistono artiste e artisti con disabilità che scelgono questo percorso per passione e per mestiere, non per fare beneficenza, o per incarnare un messaggio.

Perché il punto centrale, per chi come me vive questa realtà, è che questo tipo di rappresentazione, tra le altre cose, finisce col togliere riconoscimento professionale. Nella vita ho incontrato enormi difficoltà nel farmi percepire come persona che canta per lavoro. Non come terapia. Non come progetto sociale. Non come gesto di inclusione. Ma come professione che richiede studio, competenza e che, come tale, deve essere retribuita.

Sanremo, essendo una vetrina pop, raggiunge milioni di persone che forse non hanno altre occasioni di confronto diretto con la disabilità. Se l’unica immagine proposta è quella dell’eroismo, della tenerezza o della “specialità”, quella diventerà la lente attraverso cui verranno guardate tutte le persone con disabilità nella vita quotidiana. Una lente piatta, polarizzata, riduttiva.

Nella stessa serata questa narrazione si è estesa anche oltre il coro. Anche parlando di Paralimpiadi, gli atleti paralimpici sono stati presentati come eroi moderni che hanno superato le loro difficoltà grazie allo sport. Non come professionisti che si allenano duramente, che competono ad altissimo livello, che hanno competenze tecniche straordinarie. Ancora una volta, il focus è sul superamento della mancanza, non sull’eccellenza sportiva.

Proprio per questo oggi è così importante interrogarsi. Se Sanremo è davvero lo specchio della società, allora dobbiamo chiederci cosa stiamo riflettendo. Vogliamo continuare a vedere persone con disabilità come simboli ispirazionali e “ragazzi speciali”? O siamo pronti a riconoscerle come adulte, competenti, professioniste?

La prossima volta che assisteremo a un momento simile, forse vale la pena fermarsi un attimo. Chiedersi se quella scena sta ampliando lo sguardo o lo sta restringendo. Se sta restituendo complessità o se sta semplificando per farci sentire migliori.

Perché la rappresentazione non è un dettaglio televisivo. È cultura. E la cultura costruisce la realtà.